Preparazioni erboristiche e fitoterapiche

 

 

La Fitoterapia

 

La Fitoterapia nasce con l'umanità. L'Egitto antico, l'Assiria, hanno lasciato in geroglifici o in caratteri cuneiformi varie ricette mediche per l'uso terapeutico delle piante. Anche la scuola Ippocratica di Kos conosceva un certo numero di vegetali che impiegava nella cura delle malattie.

La medicina cinese, tibetana e araba hanno una farmacopea millenaria, ripresa dalla scuola di Salerno, che conosceva le proprietà analgesiche del papavero e della mandragora. Infine, nelle società di tipo tradizionale, cosiddette primitive, si ritrova ancora l'uso immemorabile di alcune piante; basti ricordare la ben nota rauwolfia, utilizzata in India fin dai tempi più remoti.

Non c'è regione italiana dove nelle campagne non vengano impiegate a fini curativi le piante locali, secondo ricette tramandate di generazione in generazione.

La Fitoterapia ha conosciuto una sorte fortunata nel corso dei tempi anche se il significato del medicamento non era certamente quello che si può definire oggi.

Spesso il rimedio veniva scelto per conoscenza empirica della sua efficacia e spesso anche la scelta era dettata da una qualche simbologia, costituendo prima di tutto il substrato di un atto magico. Spesso ancora, la scelta del rimedio seguiva un'analogia morfologica fra la pianta e l'organo da curare: è così che il succo giallo della chelidonia, per analogia con la bile, faceva di questa pianta un rimedio epatobiliare.

La teoria delle segnature, sbocciata nel medioevo, è prosperata nel corso dei secoli ed è stata ripresa da Paracelso, che proseguendo il pensiero di Ippocrate, riteneva l'uomo «un microcosmo nel macrocosmo» e nella «nozione di equilibrio fra il piccolo e il grande mondo [vedeva] la condizione della salute».

Nel XVIII e XIX secolo, la farmacopea fitoterapica era fiorente, nonostante fosse ancora basata su molti apriorismi, fra cui quella famosa teriaca, che comprendeva non meno di 58 componenti, e figurava nel Codex nel 1884. Del resto le sperimentazioni cliniche permettevano già di determinare l'azione delle diverse piante utilizzate in una cornice di empirismo razionalizzato.

A questo proposito ci sembra utile soffermarci sulla nozione di empirismo.

Questo termine è a doppio senso, perché significa, da una parte, «insieme di nozioni apprese dall'esperienza», dall'altra, secondo il dizionario, «ciarlataneria». Si può dire che il secondo significato arriva spesso a dare una sfumatura peggiorativa al primo ed applicato alle terapeutiche vegetali le fa spesso tacciare d'inesattezza e di imprecisione. Secondo noi empirismo è esperienza, l'insieme delle constatazioni registrate nel corso di tutta la terapeutica. La contrapposizione di «empirico» e «scientifico», contrapponendo analogamente i giudizi sulle terapeutiche ippocratiche a quelli sulla chemioterapia, ci sembra una separazione artificiale

Nel XIX secolo la Fitoterapia è entrata in un'era «scientista» che si è conclusa, fra l'altro, con l'estrazione dei grandi rimedi quali la Colchicina, la Digitalina, la Chinina. Questo fu il punto di partenza di uno sforzo di sintesi chimica destinato a mitigare le difficoltà dell'estrazione vegetale. A partire da questo fatto, abbiamo assistito ad una sensibile regressione della Fitoterapia durante la prima metà del XX secolo.

Vediamo, per reazione, la ricerca rivolgersi risolutamente al mondo vegetale: la rauwolfia, la pervinca minore, l'alburno di tiglio, il mirtillo, il vischio, ecc. sono entrati in questi ultimi anni a far parte del bagaglio terapeutico per l'estrazione o la concentrazione del loro principio attivo. Eppure la pianta integra ha un'azione più decisa, più completa rispetto all'uno o all'altro dei suoi principi attivi singoli o associati.

La pianta tota è un insieme sinergico naturale, con un'attività terapeutica più elastica, padattabile rispetto a un alcaloide o un eteroside, che permette di ottenere lo stesso risultato prescrivendo una dose minore, restando perciò al di sotto della soglia di tossicità.

In effetti la concentrazione dei prodotti attivi all'interno della pianta varia a seconda della natura del suolo. Una Digitale di pianura non agisce nello stesso modo di una Digitale di montagna che è molto più attiva.

Bisogna insistere sull'importanza degli esami di laboratorio in Fitoterapia come per qualsiasi altro tipo di prescrizione: abbiamo qui rimedi suscettibili d'agire per esempio sulle alterazioni metaboliche: dislipemia, iperuricemia, ecc.

La Fitoterapia è «allopatica», dunque obbedisce alla legge dei contrari, per quanto riguarda le piante dall'uso difficile, data la loro tossicità.

La Fitoterapia rinnovata rientra nel quadro di un neo-ippocratismo di cui una delle principali motivazioni è l'atossicità, aggiunta a una regolazione fisiologica che agisce secondo natura. Molte scuole di fitoterapia sono nate, continuano a nascere e insegnano. Utilizzano essenze o estratti liquidi o estratti secchi nebulizzati. Tutte hanno fatto ricorso alle Tinture Madri e alle proprietà farmacologiche di questi efficaci vegetali presi in toto.

 

Tratto e modificato da "La nuova Fitoterapia", C.Bergeret e Max Tétau, Ed. del Riccio